Overture! - di Michele Lapini

“Overture!” è un affaccio sul Teatro Comunale di Bologna durante e dopo il lockdown. Le fotografie documentano i vari momenti di vita del teatro: il vuoto iniziale di un teatro solitamente popolato, il racconto dell’adattamento dovuto all’emergenza del Comunale, dove la sartoria sanificata ha iniziato a produrre mascherine, mentre il laboratorio scenografico produceva strutture di legno con il plexiglas per le normative anti Covid-19; infine, la pulizia e la trasformazione del teatro per poter riaprire in sicurezza.

Il Teatro Comunale di Bologna nacque per ricostruire qualcosa che era stato distrutto, in quel caso il Teatro Malvezzi distrutto nel 1745 dopo un’incendio. Così anche oggi si è trasformato ed è ripartito.

Il periodo pandemico è stato, per il teatro e chi lo fa, un momento utile a guardarsi dentro, a specchiarsi, a disperarsi, in molti casi. Tante linee di frattura, sopite da tempo, sono improvvisamente esplose nella solitudine delle case, mentre i teatri restavano deserti. Per ogni palco rimasto vuoto, da qualche parte c’era un teatrante proiettava la propria mancanza ragionando tra le pareti di casa.

Mentre scrivo, agli albori della fase 2, percepisco, da parte di molti colleghi, una tremenda voglia di tornare alla normalità. Le strade, da silenziose e ferme, rimbombano di nuovo di operosità e motori.

“Qua si vive di questo. Privi di tutto, ma con tutto il tempo per noi: ricchezza indecifrabile, ebollizione di chimere. Siamo piuttosto placidi e pigri; seduti, concepiamo enormità, come potrei dire? Mitologiche. Udiamo voci, risa. Le figure non sono inventate da noi; sono un desiderio dei nostri stessi occhi.”

Il mago Cotrone, da I giganti della montagna di Luigi Pirandello

Nella fase 1 tutto era fermo e questo ci faceva sentire autorizzati a star fermi anche noi, godendo (inutile negarlo) dell’allineamento della società tutta alla nostra virtuosa inutilità. Abbiamo avuto tempo di fermarci, di ascoltare, di leggere, di far niente, nel migliore dei casi di renderci conto della sofferenza che la nostra vita ci procura e piangerne un po’. Di confrontarci con la domanda che si pone il protagonista di Delitto e castigo: “Ma io, sono come un insetto o come Napoleone?”.

Insomma la fase 1 ci ha dato la possibilità, nel contempo, di riposarci e di confrontarci con la nostra miseria. Di accorgerci quanto poco siamo necessari e richiesti e, forse proprio in virtù di questo, di riposarci e volerci anche un po’ bene. Nel mio caso anche di cucinare, leggere, scrivere, dormire (sognare forse), stare con chi amo. Tutte cose che spesso trascuro di fare per fare il teatro, come se il teatro potesse essere fatto da uno che non fa bene tutte le cose precedentemente elencate.

“Questo è il mio teatro. Il sipario, poi la prima quinta, poi la seconda e più in là uno spazio vuoto. Niente scenografia. La veduta si apre direttamente sul lago e sull’orizzonte”

 

Konstantin, da Il gabbiano di Anton Cechov, Atto primo

Nella fase 1 è stata sospesa d’imperio quella che gli anglofoni chiamano FOMO – Fear of missing out, la paura di perdersi qualcosa. Non c’era niente da perdersi fuori, nessuna festa, e l’epicentro del mondo eri finalmente tu, la tua quiete, la tua solitudine, la tua miseria, i tuoi entusiasmi. Insomma le condizioni ottimali per porre i presupposti di un qualunque atto creativo. Dico presupposti perché nell’atto teatrale si prevede, in un secondo momento, di metterle in comune questa quiete, queste solitudini, queste miserie, questi entusiasmi, e trasformarli in materia viva, in continua trasformazione e dialogo con gli spettatori.

Stefania, responsabile sartoria
Fulvio, Sovrintendente
Lorenzo e Antonio, tecnici luci
Marco, Direttore Affari Generali
Antonio, macchinista
Mauro, Direttore Artistico

“Per questo noi esigiamo da voi, gli attori del nostro tempo, tempo di rivolgimento, che trasformiate voi stessi e ci mostriate il mondo degli uomini così com’è: fatto degli uomini e mutabile.”

Dal “Discorso agli attori-operai danesi sull’arte dell’osservazione” di Bertolt Brecht

Nella fase 1, per qualche giorno, il sistema è andato quasi in blocco, vittima di un guasto che ne ha richiesto il pur temporaneo e parziale arresto, o almeno così ci è sembrato. Per qualche istante abbiamo addirittura creduto che da questo arresto, da questa pagina bianca, si potesse scrivere qualcosa di nuovo, di importante. Naturalmente era una percezione sbagliata, materialisticamente, ma quell’eco ci ha risvegliato come l’idea che un mondo, un’organizzazione della realtà, una società diversa fossero possibili. Altro presupposto fondamentale dell’atto creativo: raccontare la realtà perché si coltiva la speranza che essa possa essere fatta nuova, diversa.

Infine, e forse soprattutto, per qualche giorno abbiamo smesso di rimuovere completamente la prospettiva della morte, grande assente di tutte le nostre conversazioni. Per qualche giorno ci ha invece camminato accanto, snocciolata lugubre nel bollettino delle 18, come la tetra tombola di Maša alla fine del Gabbiano. Ed ecco un ulteriore presupposto della creazione: la vicinanza alle cose innominabili, grandi, rimosse.

Quante cose necessarie, per noialtri, nella fase 1.

Eppure in questa fase 1 noi artisti si smaniava di riprendere quella normalità atroce che abbiamo descritto fin qua.

La fase 2 ci si presenta come più complessa, difficile. Quelle intuizioni che abbiamo sfiorato nella fase 1 ci chiedono di diventare azione, in un contesto strano, lunare, difficile. Un contesto in cui ci scarcerano con il patto che noi andremo a consumare il più possibile nel minor tempo possibile per salvare quante più attività produttive possibile: per salvare questa economia, questo sistema produttivo che ci avvelena, nel corpo e nello spirito. Che necrotizza sempre più il nostro organo del teatro. Dovremmo forse, come artisti, porci il problema di quale teatro fare e come farlo, nel corso di questa fase 2, per non trovarci ad essere uno dei tanti comparti produttivi che devono ripartire ad ogni costo. Per tentare di ripartire con qualche consapevolezza in più. Per non partecipare ad un possibile processo di rimozione collettiva di uno dei rari momenti in cui la storia ci è passata a fianco.

Dall’inizio della quarantena e la chiusura dei teatri, le musiciste e musicisti dell’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna hanno continuato a studiare, suonare e praticare a casa.

I ritratti sono stati realizzati nelle proprie abitazioni, indossando il vestito da concerto: nonostante il teatro chiuso e la cassa integrazione, per un musicista, non è pensabile fermarsi.

Per loro il teatro è un luogo di cultura essenziale, collettivo e insostituibile. E dovrebbe essere così per tutti.

Eva, violoncello
Simone, clarinetto
Fabio, contrabbasso
Alessandra, violino
Gianluca, oboe
Katia, corno

Ecco alcuni appunti sparsi per affrontare in modo sensato la fase 2:

  • Sarebbe importante tentare di costruire narrazioni che non solo non abbiano fretta di rimuovere quanto è successo, ma che tentino anche di conservare memoria di ciò che è stata la fase 1 e quali contraddizioni questa ha mostrato, cercando di evocare ancora e ancora i fondamentali conflitti di fronte ai quali ci siamo tutti trovati.

  • Come artisti, dal punto di vista formale, il nostro compito dovrebbe essere quello di scovare, nella realtà, contraddizioni e sguardi nuovi. Come teatranti, sappiamo che il primo dovere di fedeltà lo dobbiamo alla circostanza data che si crea all’interno della sala teatrale, prescindere da questa ci relega al ruolo di macchiette. Insomma, quando e se dovremo adattare uno spettacolo a causa del distanziamento o di altre misure, penso dovremmo fare sì che questa distanza diventi drammaturgia e memoria della nostra condizione di sopravvissuti.

  • L’abbandono del campo, a mio avviso, non è un’opzione, per un semplice motivo: dove non c’è qualcosa, c’è qualcosa d’altro, gli spazi che vengono abbandonati, verranno occupati da qualcun altro. Mi pare che di spazio, in questi anni, ne abbiamo già ceduto abbastanza. Il che mi porta a una riflessione: perché, in Italia, quando pensiamo a scelte radicali, immaginiamo sempre scelte di ascesi e solitudine? Come si è formato nel nostro immaginario l’equazione: radicalità uguale fuga in un luogo isolato, lontano da tutti, immersi nella contemplazione della purezza dell’arte? Ne “I giganti della montagna” di Pirandello alla contessa Ilse viene offerta la possibilità dell’ascesi, dell’abbandono della crudeltà del mondo per potersi isolare a Villa Scalogna, circondata da fantasmi e fantocci animati. Ilse è tentata, i suoi attori ancora di più. Ma sceglie di continuare a recitare, anche di fronte ai brutali Giganti della montagna, anche a costo della vita. Perché lì stanno i teatranti, in mezzo al mondo orribile e duro e spietato, che alla fine se li mangia.

  • Toccherà arrangiarsi, ancora peggio, ancora di più. Saranno da prediligere valige leggere, strutture agili, palchi improvvisati, scene essenziali, incursioni in luoghi inusuali. Ci sarà da raggranellare i soldi che servono alla sopravvivenza in modi creativi e inaspettati. Questo non solo per la difficile situazione economica in cui il paese si troverà, ma perché abbiamo capito che il consumo di cose non salverà nessuno, meno che mai gli spettacoli. Bisognerà essere un po’ pirati, avendo sempre cura e attenzione di non farci sfruttare. Un equilibrio sicuramente difficile.

Sono trascorsi molti giorni da quando ho cominciato a scrivere tutto questo. O forse sono in fondo pochi ma sembrano un’epoca. L’invecchiamento di ciò che ho scritto mi è tristemente evidente, così come è sorprendente la velocità con cui è avvenuto. Questo mi causa una strana sensazione di malinconia, anche se non lo reputo del tutto un difetto. Mentre scrivo, tra pochi giorni, ricomincerà il teatro, anche il nostro, seguendo i punti che ho esposto prima. Tuttavia, presto, ognuno tornerà alle proprie occupazioni, alla propria competizione, alla propria sfida. Alla propria complessa lotta per la sopravvivenza, materiale e spirituale. Nulla è cambiato, l’orrore è solo un po’ più evidente, anche se, per il momento, non sufficiente a incendiare le città come in altri, imprevisti, angoli del mondo. Ci tocca ricominciare, lasciarci alle spalle tutto questo con una potente sensazione di insoddisfazione, di aver mancato un appuntamento, di aver perso un treno.

Che cosa resta? Per quanto mi riguarda la consapevolezza che entrare in scena dovrà essere, da qui in poi più che mai, una lotta. Se, come abbiamo detto, il teatro che vorremmo non può darsi in questa circostanza, ci sarà comunque il teatro. Distanziato, desolato, resistente, coriaceo, forse vivo e stranamente affascinante, in qualche momento, come l’erbaccia che vedo dalla mia finestra che è cresciuta, enorme, spaccando il marciapiede e che ancora nessuno è venuto a tagliare, ultimo lunare baluardo della fase 1.

Forse, almeno per me, ricomincerà nella più compiuta consapevolezza di questo paradosso: non poter accadere, eppure accadere. In questo contrasto c’è tutta la lezione che mi ha consegnato questo momento tremendo della storia recente: l’impossibilità di entrare in scena questo momento di totale riflusso e decadenza, sottolineato spietatamente dalle sedie vuote e sparute, dagli attori distanti, dalle mascherine, dal clima finalmente dichiaratamente mesto, dall’impossibilità di godere fino in fondo di uno spettacolo, unito alla inesorabile necessità di farlo, di provarci.

Lo spazio che c’è tra queste due impossibilità, l’impossibilità di fare il teatro e l’impossibilità di non farlo, è, oggi, il teatro stesso.

“È un sollievo…erano due anni che non piangevo.

Ieri sera sul tardi sono andata a guardare in giardino se fosse ancora intatto il nostro teatro. Ed è ancora lì. Mi sono messa a piangere per a prima volta dopo due anni, e ne ho avuto conforto, l’anima si è rasserenata”

Nina, da Il gabbiano di Anton Cechov, Atto quarto


Nicola Borghesi, classe 1986, è attore, regista, drammaturgo, direttore artistico per la compagnia Kepler-452 di cui è anche fondatore. La sua indagine si focalizza soprattutto sull’invenzione di dispositivi artistici di messa in scena della realtà: realizza reportage teatrali, coinvolge non professionisti (o attori-mondo), esplora luoghi poco frequentati per raccontarli, crea e armonizza, sulla base di libere associazioni, gruppi improbabili di esseri umani. È inventore del Festival 20 30 di Bologna, che negli ultimi quattro anni si è fatto carico di raccontare in scena una generazione. Realizza, insieme a Kepler-452, “Il giardino dei ciliegi – Trent’anni di felicità in comodato d’uso” prodotto da ERT-Emilia Romagna Teatro, i progetti di teatro partecipato “Comizi d’amore” e “La rivoluzione è facile se sai con chi farla”.  

Michele Lapini è un fotografo toscano di casa a Bologna.
Co-fondatore di Arcipelago-19, lavora per La Repubblica con la redazione nazionale e quella di Bologna. Collabora anche con altre riviste e media, seguendo le questioni politiche, sociali e ambientali che attraversano la città e l’Italia e quando può si affaccia all’estero per documentare storie di respiro internazionale. Al lavoro di fotogiornalista affianca l’attività espositiva e collaborazioni in diversi settori: cinema, editoria e arte pubblica.


Grazie a 

tutto il personale del Teatro Comunale di Bologna, che mi ha aiutato, accompagnato, sopportato, agevolato e insegnato tante cose in un luogo così bello. A Maurizio Tarantino, che è stato il passpartout per questo progetto. A tutta l’Orchestra e a coloro che durante il lockdown mi hanno aperto le porte di casa, posando e suonando musiche meravigliose. A chi ogni giorno rende la cultura viva e piena di bellezza.


Una panoramica visiva sull’Italia in lockdown, un viaggio a partire dalle isole divise dal mare della quarantena verso la ripartenza di un Paese che resiste e che lotta per tornare Arcipelago.

La sera del 9 marzo è stato come l’inizio di una serie. 

Clusane sul Lago (Brescia), foto di Elena Pagnoni

Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte in conferenza stampa annunciava che dal giorno successivo l’Italia sarebbe diventata una “zona protetta”, decretando così una quarantena nazionale che sarebbe durata fino al 4 maggio. Tutto d’un tratto le immagini che avevamo visto a Codogno, a Nembro o a Vo’, ce le siamo ritrovate fuori dalle nostre finestre, sui nostri quotidiani locali, disperse nei social.

Napoli, foto di Michele Amoruso
Bari, foto di Christian Mantuano

Era l’inizio delle città vuote, della chiusura delle aziende, non tutte però. Le scuole e le chiese chiuse, gli spostamenti proibiti, l’inizio delle numerose autocertificazioni. Guardavamo la Cina con sarcasmo e tutto d’un tratto ci siamo svegliati con le città vuote e gli ospedali pieni. Le strade e le piazze deserte come non mai, silenzi interrotti dai primi flash mob ai balconi, che hanno avuto però vita breve, non come il suono delle ambulanze. Chiusi in casa, ma improvvisamente nel centro del mondo.

Boccadasse (Genova), foto di Camillo Pasquarelli
Roma, foto di Francesco Pistilli

Gli annunci delle conferenze stampa del Governo, il bollettino delle 18.00 con i numeri del Covid-19. I primi dubbi, gli immancabili complotti, i professionisti dello sciacallaggio. Come in una serie. Ma non c’era finzione. Le terapie intensive si riempivano ogni giorno di più. La Lombardia come centro del vortice. I medici da Cuba, dalla Cina, dalla Russia. La retorica degli eroi e la consapevolezza dell’importanza della sanità pubblica e l’inaccettabile vergogna dei suoi tagli.

Oglio Po (Cremona), foto di Nicola Marfisi
Ancona, foto di Emanuele Satolli

Ancora il bollettino delle 18, la speranza di un appiglio. Picco, flat, curva epidemica, pandemia, paziente zero. Le telefonate ai genitori, le rassicurazioni che tanto muoiono solo gli anziani. I primi coetanei morti. La paura e la perplessità. Chiudere tutto, aprire tutto. Gli aperitivi social, le città e l’hashtag #nonsiferma. L’esercito che trasporta le bare, i cimiteri pieni, il lutto negato. I numeri in continua crescita, i primi politici contagiati. Il virus che scavalca le frontiere. L’economia o la vita.

Bologna, foto di Michele Lapini
Siena, foto di Leonardo Castelli

La riscoperta delle mura domestiche, dell’intimità, delle relazioni di prossimità. L’invidia di chi sta in campagna, l’oppressione della città. L’inversione dei paradigmi e la consapevolezza dell’importanza della libertà.

Bologna, foto di Max Cavallari

La speranza che quando passerà tutto si capirà che l’individuo è nulla senza la società. I primi tentativi di solidarietà, il distanziamento sociale ma non l’allontanamento sociale. La quarantena volontaria, quella fiduciaria e quella obbligatoria. La caccia alle streghe vestite da runner, le fabbriche ancora aperte, la delazione come sfogo.

Roma, foto di Cristina Vatielli

Le città non sono vuote, ci sono sempre le/gli invisibili. Il virus non colpisce tutti allo stesso modo. Immaginate di vivere per strada e tutto d’un tratto aprire gli occhi e non trovare più niente. Dalla moneta data per strada, alla presa per la batteria del cellulare, al pasto donato o alle parole prima di andare a dormire. C’è chi ha perso il lavoro e chi non ce l’ha mai avuto. Il doversi reinventare tutto, riprogrammare, mettere le pezze per arrivare alla data di fine decreto, che poi sarà solo l’inizio di un altro. Le prime misure di sostegno, la coperta troppo corta. Chi piange miseria e non chi non ha neanche più le lacrime.

Roma, foto di Valerio Muscella
Bitonto, foto di Savino Carbone

E cosa penseranno i bambini? Vi immaginate quelle trottole cariche a molla costrette a stare dentro casa, tutto il giorno, tutti i giorni. L’importanza di toccare, provare, sbagliare, sporcarsi, piangere e urlare. Cosa gli rimarrà addosso, cosa perderanno per strada. Apriranno gli occhi in un mondo pieno di mascherine, di sorrisi nascosti e linguacce negate. Sono sempre quelli senza colpa a rimetterci di più.

Mirabello (Ferrara), foto di Gandmint
Roma, foto di Dario Fatello

Ma questo è un via libera? Congiunti o stabili? Siamo arrivati di fronte a un formicaio di dubbi, interpretazioni, esasperazioni e assurdità. Dopo la fase uno, ci sarebbe la fase due. E poi la fase 3, ma la chiamano sempre fase 2.

Ma che vuol dire? Si può o non si può? Intanto si ricomincia a respirare un poco, anche solo per i senza colpa di prima.

Berlino, foto di Beatrice Lezzi e Mattia Crocetti

Che bello rivederl* in mezzo all’erba no? Guardiamo però sempre anche gli ospedali, non ci sono eroi, ma lavoratori e lavoratrici che si aspettano rispetto da noi.

Milano, foto di Marco Menghi
Genova, foto di Davide Pambianchi/Freaklance

Che poi bisogna stare attenti, che finiamo nei libri di storia e mica ci vogliamo fare brutta figura no? Teniamo sempre gli occhi aperti, cominciamo a costruire ponti, così che piano piano tutte le isole possano tornare Arcipelago.

Colceresa (Vicenza), foto di Nicola Zolin

In copertina: Genova, foto di Marco Balostro/Freaklance

Prima il silenzio - di Simone Cargnoni

Ho iniziato a fotografare in Valle Sabbia quando la Lombardia è diventata zona rossa e poi dopo che hanno chiuso tutto.

Della gente di qui non ne ha parlato quasi nessuno.

È una valle piccola.

Di un paese di 500 persone, chi ne parla?

Il testo di Martina Melilli è accompagnato dalle frasi del fotografo Simone Cargnoni raccolte dall’autrice durante le loro lunghe conversazioni mentre preparavano questa storia. 

Come si può raccontare per immagini qualcosa di non rappresentabile?

In una situazione di emergenza la prima reazione è di allarme fisico e mentale. Ci si prepara all’attacco o alla fuga e aumenta la capacità di elaborare informazioni.
Alla fine di febbraio ancora a nessuno era chiara la gravità della situazione. Non sembrava prossima, nello spazio e anche nel tempo. Non sembrava nostra. Siamo stati tutti colti alla sprovvista.

La prima reazione è stata d’incredulità e di fuga.
Mai prima la nostra libertà aveva subito delle limitazioni istituzionali così nette, per ragioni in quel momento ancora poco chiare ai più. E quando ti dicono fermati, non ti muovere, tu scappi. È una reazione animale istintiva. Lo spazio per razionalizzare non c’è, lì. Viene dopo.

Treviso Bresciano. Eva passa molto tempo a giocare in giardino. Più volte al giorno resta ferma a guardare la strada che percorreva a piedi ogni mattina per andare all’asilo.

Prima di questa quarantena io non avevo mai fotografato scene dove non ci fossero persone.

Per me se non c’era la persona, se non le si vedevano gli occhi, non era una fotografia. E invece mi sono reso conto che alcune cose che volevo esprimere richiedevano che le persone non ci fossero.

Forse questa pandemia ha cambiato il mio modo di pormi, di avvicinarmi alle fotografie che faccio.

Bivio tra Bione e Lumezzane. Una santella votata al Sacro Cuore di Gesù.

D’improvviso la morte ci è cascata addosso, gelida, netta, una massa dura, consistente.
La morte, che negli ultimi decenni è stata progressivamente esclusa, rimossa da qualsiasi discorso pubblico e privato, di colpo pugno in pieno viso.
“Nella morte ci riconosciamo umani”, dice Marta Villa, antropologa.

La devozione dei defunti trascende la religione perché caratterizza tutte le culture di tutte le epoche. È una costante. Quando un gruppo umano, per la prima volta, ha deciso di seppellire un proprio caro, è nata la religione, la spiritualità. È una pratica che parte dall’uomo di Neanderthal e non si è mai interrotta, in alcuna società e in alcun periodo. Solo durante le pestilenze. Che per questo sconvolgono dalle fondamenta, perché interrompono una delle cose che, da millenni, ci rende quello che siamo: uomini.

Nella pandemia si muore soli. Forse c’è un operatore sanitario. Nessun ultimo saluto, o carezza. Nessuna ultima parola. Commiato, riparazione, riconciliazione. Lutto mutilato, sospeso. Non si fanno i funerali. Nessun rito di passaggio, gestione collettiva del dolore, azioni rituali che aiutano ad accettare, ad addomesticare la morte. Che resta non addomesticata. E resta il senso di colpa e la disperazione, un limbo. Sospeso.
Se con le prime risposte fisiche e mentali, per gravità, intensità o durata la situazione non risulta gestibile, si crea uno stato di shock, stordimento e confusione. Negazione. Dissociazione. Rabbia. Tristezza. Iperattività. Le reazioni sono molteplici e diversificate.
Impossibile definire chiaramente il rischio, il pericolo. Bombardati da una marea d’informazioni, di numeri, dati, procedure, allarmismi. Non ci sono filtri protettivi contro questa marea che esce da ogni schermo, da ogni canale.

E non si riesce a vedere, e a vederlo. Il virus, e come si muove, come si trasmette, come si sposta. Caccia all’untore. Il paziente zero, il paziente duecentoventunmila. Lui, il virus, si sposta, noi no, fermi, a casa. In attesa. Aspettiamo che se ne vada, o che arrivi e passi senza far danno, che non si prenda noi, nessuno a noi caro, vicino, prossimo. Il prossimo.

Gran parte della popolazione della Valle Sabbia lavora nel settore dell’industria metalmeccanica e siderurgica.

Ho provato prima a seguire cosa succedeva qui nel paese, la cronaca, per capire cosa stesse succedendo qui intorno.

Sono entrato nelle RSA, sono stato sulle ambulanze, con la Protezione Civile. Poi ho contattato il prete, sapevo che stava organizzando la via crucis. Ho parlato con le persone, ho visto il paesaggio mutare.

Ho iniziato a girare un po’ la valle, fino all’industria, alle sanificazioni, ai posti di blocco.

Una salma partita dalla provincia di Brescia viene portata a cremare in Friuli-Venezia Giulia.

Quando in paese c’è stata la prima morte sono andato a chiedere di poter fotografare il funerale. La figlia della defunta non poteva andare in Chiesa. Le ho detto chiaramente che sono ateo, ma che trovavo giusto la chiesa fosse addobbata a festa per come possibile, mi sono offerto di portare dei fiori e scattare una foto per lei che non poteva esserci.

In quel momento il paese ha capito la gravità della situazione, non tanto perché è morto qualcuno, quanto perché al funerale non poteva esserci nessuno. E qui abitualmente le chiese ai funerali sono piene, si conoscono tutti.

Nozza di Vestone. Una donna nella RSA Fondazione Angelo Passerini. Con l’emergenza Covid-19 il rapporto con l’esterno è stato gestito con telefonate o videochiamate.
Il Gruppo Volontari del Garda presta servizio con alcune ambulanze sul territorio della Valle Sabbia e del Lago di Garda.
Concesio. All’annuncio del lockdown in Lombardia, Maura era già a casa dal lavoro da una settimana a causa di una leggera febbre. Il medico le ha prescritto una cura anti-covid.

Cala il silenzio. Stare fermi.
Si ridefinisce il concetto di movimento e di spazio. E di rumore, paesaggio sonoro che ci circonda. Di luogo. Vedi poche persone. Vedi la tua casa. Ne noti dettagli cui prima non avevi mai prestato attenzione. Scansioni angoli, centimetri. Scopri nuovi mondi nel micromondo che abitualmente ti ospita. Ti guardi allo specchio e scopri te. Ti senti. Perché non hai alternativa, perché è anche bello accorgersi che in una pausa dal moto costante e dal rumore la tua testa riesce a notare cose che prima non era possibile annoverare tra i mille mila stimoli da processare al secondo. Costantemente. La finestra si fa filtro del mondo, dal mondo, schermo su cui è proiettato, il fuori. L’altrove. L’al-di-là. Un’inquadratura fissa all’interno della quale accadono piccole cose, cambiamenti; la percezione che non lì, ma oltre, la vita continua, il mondo c’è ancora, e chissà com’è.
Un’apertura sul mondo chiuso fuori. E dentro cosa resta? Dentro cosa c’è?

Dopo le iniziali reazioni fisiologiche ed emotive inizia a farsi largo l’impatto emotivo del trauma, che colpisce persone diverse in tempi diversi. In questa fase quello che si manifesta sono ipervigilanza, incubi, pensieri e immagini intrusive, sintomi dissociativi, sintomi di iperattivazione ed estrema stanchezza, fisica e mentale. E l’evitare i pensieri che riportano all’evento, al problema.

I volontari della Protezione Civile di Treviso Bresciano.

Non si respira. Il virus ti fa annegare in te stesso, ti toglie l’aria.
Non si respira perché la mascherina toglie l’aria. Perché se non hai la mascherina trattieni il respiro tu, o lo trattieni e basta, in apnea senza accorgertene, in uno stato d’angoscia costante. Incertezza. Hai tempo ma la sostanza di questo tempo è diversa, altra, alterata. Densa. La convenzione nel calcolare la durata si fa sottile, inutile, inconsistente. Non vale più.
Assenza e solitudine si riempiono di pensieri, di sensazioni, di attività impreviste, per farle passare le giornate, per scandire le ore. Settimane. E sono mesi.

Treviso Bresciano. Il tempo dilatato delle giornate e l’attenzione alle piccole cose spesso considerate banali: più volte ho sentito i miei vicini parlare di quanto siano belle le canne nel giardino.
Treviso Bresciano, Pasqua. Il fumo di alcune sterpaglie. La narrazione del mito della fenice che rinasce dalle proprie ceneri è presente in tutto il mondo, il punto in comune per tutti è l’immortalità dello spirito.

Era il giorno di Pasqua ed ero stato a fare una passeggiata in una zona che si chiama la Valle dei Morti, che è dove andavano a morire gli appestati del paese nel 1630. Allora il paese perse 1000 abitanti su 1350. Tornando da questa valle ho sentito odore di bruciato – è il tipico periodo in cui si bruciano le sterpaglie per risistemare gli orti.

Arrivato in questo posto dove stavano bruciando ho fatto un paio di foto. Non avevo assolutamente visto quella figura. Io vedevo solo salire del fumo. Ma una volta messe nel computer, era lì, esattamente così. 

Karim ha 11 anni. Nella frazione del piccolo paese in cui vive non ci sono altri suoi coetanei.

Qui si esce dalla famiglia molto presto. Tanti vanno fuori casa già a 15 anni perché fanno le superiori in città invece che in paese.

C’è un tessuto sociale che può essere forte ma in qualche modo si è anche tutti un po’ da soli. 

Don Paolo, prete a Bagolino, uno dei paesi più grandi della Valle Sabbia. Il venerdì Santo ha percorso le vie del paese insieme al sagrestano e al Sindaco Gian Zeno Marca.
Bagolino. Una fedele segue la Via Crucis dalla finestra. Ha messo sul davanzale delle candele in modo che il prete le potesse benedire.
Treviso Bresciano. Nella difficoltà della quarantena le famiglie dei paesi di montagna hanno avuto la fortuna di poter beneficiare di spazi esterni.
Non si può parlare di risveglio della natura in posti dove è sempre stato normale incontrare per strada un cinghiale, un cerbiatto o un tasso, almeno un paio di volte l’anno.
Gussago. L’utilizzo delle auto è diventato inutile per la maggior parte delle persone: al posto dei supermercati gli abitanti sono tornati a fare la spesa nelle botteghe del paese.
Alberto vive da un anno presso un alloggio del Comune di Brescia. Da qualche mese ha trovato lavoro come autista, ma in questo momento non può svolgerlo. Passa le giornate in attesa

Fare queste fotografie mi ha mandato in crisi.

In questo caso quello che vedi e che senti è molto più forte di quello che riesci a cogliere in uno scatto. 

Come fare?

Mariarosa, nella fotografia con la figlia e la nipote, gestisce insieme alla sorella la trattoria Perlonc, sulla cima del monte Fobbia.

Perché non si tratta di uno scontro di piazza, una rivoluzione, dove nelle fotografie riesci a immortalare la tensione, la violenza, la disperazione.

Qui non è evidente.

Brescia. Tra le attività ritenute essenziali fin dall’inizio del lockdown ci sono le edicole.
Nozza di Vestone. OSS e ASA (operatori socio-sanitari e assistenti socio-sanitari) sono stati i primi a sottoporsi al tampone per i soggetti asintomatici.
Karima, 20 anni, dal 25 aprile lavora come ASA (ausiliaria socio-assistenziale) presso una struttura RSA in provincia di Brescia.

Come si può rappresentare cosa voglia dire per mesi non potersi avvicinare fisicamente ai propri figli, alla propria moglie, pur vivendoci assieme, nonostante tutte le precauzioni possibili, per proteggerli, perché fai un lavoro a contatto diretto col virus?

Andrea, lavoratore della DND Handles a Casto. Molte aziende metalmeccaniche hanno riaperto a fine aprile chiamando al lavoro solo una parte degli operai.
Emiliano, mulettista nella DND Handles di Casto.

La fase di coping che segue l’impatto emotivo del trauma può essere definita anche come strategia di adattamento, convivenza.
Pandemia dice che il virus è arrivato ad ogni latitudine e ovunque nel mondo sono state attivate misure di contenimento simili, più o meno severe. Ubiquo e non democratico. Le situazioni sono state, sono, tutte diverse. Le condizioni di base della vita di ciascun individuo esasperate in maniera imprevedibile.

Angoscia. Disagio. Paura. Fatica. La solitudine, protratta, dilatata, sistemica. Organica. E in questa cosa ognuno di noi si è trovato solo, sola, non nel senso stretto di avere, sentire la necessità o la voglia di parlare con qualcuno, ma più nel constatare che ognuno con questa cosa deve farci i conti da sé soltanto. Fare i conti, tirare le somme. Trovare il modo di convivere con la situazione, di sopravvivere, sopravviverla. Ognuno, ognuna a modo suo.

È nella variazione improvvisa da una precedente condizione che la percezione si fa più fine, più precisa, dettagliata. Quando cambia di colpo la luce. Quando c’è una folata di profumo. Quando cala il silenzio. Quando quello che avevi dato per certo viene meno. Affetti, averi, certezze.

Il corpo impara a stare fermo. A non toccare, non farsi toccare. Il corpo degli esseri umani possiede un’incredibile capacità d’adattamento. Qual è il prezzo?

E la mente?

Gussago. Un militare russo nel giardino del Polo Socio-Sanitario della Fondazione Richiedei. Nelle provincie di Bergamo e Brescia un contingente militare dell’Esercito Russo ha affiancato quello italiano in operazioni di sanificazione.
Statale 237. Una carabiniere impegnata in un posto di blocco vicino allo snodo della strada che collega la Lombardia al Trentino Alto Adige.

Loro fanno questo lavoro per tutto il giorno.

E poi la sera non tornano a casa. Sono in missione, tornano nella base provvisoria.

Stanno con la stessa gente con cui hanno lavorato per tutto il giorno, e il giorno dopo ricomincia uguale.

Gussago. Clienti davanti al supermercato.
Francesca lavoratrice alla CPF80 di Lavenone. I supermercati sono stati il primo luogo a testare la capacità di adattamento delle persone alle nuove regole atte a prevenire la diffusione del Covid-19.
Brescia, Fondazione Sospiro. La sanificazione di un militare dell'Esercito italiano.

Uno del loro gruppo mi ha chiesto di stampargli le fotografie dei figli perché partendo di fretta da Napoli non ha avuto modo di portarle con sé.

Una soldatessa in forza presso il 7mo Reggimento Difesa CBRN durante le operazioni di sanificazione nella struttura RSA Fondazione Sospiro di Brescia.
Gussago, Fondazione Richiedei. Militari russi attendono che gli ospiti di una struttura RSA vengano momentaneamente trasferiti per poter iniziare le operazioni di sanificazione dei locali.

L’ultima fase di gestione del trauma è quella dell’accettazione.

Prima il silenzio, in cui sentire cose che non riuscivamo più a sentire.

E poi è vero che il cielo è limpido come mai prima, che si vedono montagne lontanissime con definizione quasi macroscopica dei dettagli. Estrema chiarezza. O non le avevamo mai guardate con attenzione, prima? Non avevamo lasciato quello spazio, quel tempo?

E ripartire da questa chiarezza?

La “fase due” è iniziata da una decina di giorni e sembra meno definita della uno, più vaga, sfocata. Altrettanto straniante. Le regole sono poco chiare, e ormai delle regole le avevamo imparate. Ma poi cosa succede?

È ancora attesa, ma esattamente di cosa? Cos’è la vita di prima, qual è?

Siamo colti alla sprovvista.

Me ne sono andato da qui fuggendo perché era un posto che mi opprimeva e in cui non avrei mai potuto sviluppare il lavoro che sto facendo. Ma ora, avendoci vissuto la pandemia, mi sono reso conto ancora di più di quanto questa valle mi abbia formato senza che io me ne rendessi conto.

La notte tra il 7 e l'8 maggio grazie al raggiungimento della fase di Luna piena alla distanza minima dalla Terra, abbiamo potuto osservare il cosiddetto fenomeno della Superluna.

Martina Melilli (1987) è un’artista audio-visiva, regista e autrice.
I suoi cortometraggi sono stati selezionati in diversi festival nazionali e internazionali e i suoi lavori esposti e proiettati al PAC di Milano, al MART di Rovereto, Spazio Labò di Bologna, Ekrani i Artit festival, Scutari (Albania), Vista d’Arte (Lisbona). Ha vinto l’edizione 2017 di Artevisione con il film MUM, I’M SORRY, poi acquisito dal Museo del Novecento (Milano). My home, in Libya è il suo primo documentario di creazione, che ha avuto la sua anteprima mondiale al Festival di Locarno nel 2018, vincendo poi diversi premi e menzioni speciali. Collabora con la rivista Playboy Italia con la rubrica CORPO A CORPO | Bodily Conversations.

Simone Cargnoni è un fotografo bresciano.
Dal 2014 fa parte di Jump Cut, realtà che si occupa di cinema e fotografia, con sede a Trento.
Nei suoi lavori predilige l’approccio documentaristico.
Ha all’attivo due libri fotografici: “Marlene Kuntz | 3 di 3” accluso all’edizione deluxe dell’album “Nella tua luce” (Sony 2014) e “Colapesce & Infedele Orchestra” edito da 42Records e Jump Cut (2018).
Ha pubblicato con: Rolling Stone, Rockerilla, XL di Repubblica, L’Espresso, La Repubblica, Corriere della Sera, Internazionale, Stern.


Un ringraziamento speciale a 

Fam. Togni-Ferliga, Alberto Manassi, Onoranze Funebri Eridio, Fondazione Angelo Passerini, Marcella Bacchetti, fam. Bertelli, Gruppo Volontari del Garda, Luca Cavallera, fam. Bettinelli-Micheli, Maura Marelli, Gruppo Volontari Antincendio Boschivo e Protezione Civile Treviso Bresciano, don Paolo Morbio, fam. Pozzi-Motelli, fam. Stefani-Tiboni, Dnd handles – Martinelli, fam. Mazzoleni-Antonini, Comando Provinciale Carabinieri Idro, Alfredo Cadenelli, Roberta Fanton, Giovanni Coccoli, Fondazione Richiedei, 7mo Reggimento Difesa CBRN E.I., Alvaro Busi, CPF80, Gigi Boracia, Fondazione Sospiro


E nell'oscurità puoi trovare i colori - di Elisabetta Zavoli

La fotografa Elisabetta Zavoli trasforma la quarantena della sua famiglia in una fiaba dark, evocando atmosfere mitologiche tra il gioco e la fantasia. In questa serie Elisabetta prende i figli per mano e li accompagna in un viaggio alla scoperta dei colori dell’oscurità, mettendo in scena le sfide più intime della propria interiorità.

Prima della pandemia non ho mai avuto molto tempo da passare con i miei figli, Davide, 11 anni, e Giovanni, 8. La vita girava a ritmi frenetici tra il mio lavoro, la scuola, le loro attività pomeridiane e  la mia vita sociale.

Tutto ad un tratto, ALT! FERMI TUTTI! RIMANETE DOVE SIETE! STATE A CASA!

Si, casa.

Siamo tra quelle persone abbastanza fortunate ad avere un grande giardino perché viviamo in campagna. Ho sempre  sopportato male la distanza dalla città ma ora questo giardino è diventato la nostra salvezza.

Dall’inizio della quarantena i miei figli mi hanno raccontato le loro paure e mi hanno posto molte domande sul virus e sulla  situazione che stiamo vivendo. Per far fronte a questi pensieri ed emozioni difficili da gestire, soprattutto per il più piccolo,  abbiamo deciso di creare un universo di sogni e magia grazie alla connessione con la natura che ci circonda.

“E nell’oscurità puoi trovare i colori” è il risultato di questo  progetto fotografico partecipativo che sto realizzando con i miei figli dall’inizio del lockdown. Ogni notte ritagliamo la nostra idea dal buio completo, illuminando la scena con diverse fonti di luce. Non sappiamo mai come sarà esattamente l’immagine: facciamo un piccolo progetto disegnando su un taccuino e poi lo  adattiamo al luogo, al nostro corpo e alle nostre sensazioni. Un ruolo importante è lasciato all’improvvisazione e alla nostra connessione. Ogni immagine è fonte di ispirazione per l’immagine successiva. Usiamo oggetti che troviamo in casa: vecchi giocattoli, lenzuoli, maschere, vecchi utensili che troviamo in garage. Poi ci confrontiamo sulle immagini che abbiamo appena realizzato e usiamo questo processo per rinnovare e rafforzare i legami tra di noi. Per le fotografie ho scelto un formato verticale per richiamare l’idea di una porta che si apre nel nostro mondo interiore.

Abbiamo scelto questo titolo per riferirci sia allo stile del nostro racconto visivo sia alla speranza che in ogni situazione, anche la peggiore, riusciremo a trovare gli aspetti positivi.
E per me l’aspetto positivo inaspettato di questo confinamento è il prezioso tempo sospeso trascorso con i miei figli, fuori dal mondo, nel nostro mondo, dove posso godere degli ultimi colori della loro infanzia.


Elisabetta Zavoli è una fotografa documentarista italiana, freelance dal 2009. Ha vissuto in Indonesia 6 anni dove ha lavorato da un lato su questioni di genere, legate alla comunità di waria (donne transgender indonesiane) e alle donne impiegate nelle industrie tessili di Jakarta e, dall’ altro, su questioni ambientali legate all’inquinamento (da mercurio e plastica) e relative ai cambiamenti climatici. Nel 2016, le è stato assegnato il “Journalism Grant for Innovation in Development Reporting” rilasciato dallo European Journalism Centre per il progetto “A fistful of shrimps”, sulla deforestazione degli ecosistemi di mangrovie indonesiane indotti dai consumi occidentali di gamberi tropicali a basso costo. Nel 2019, la sua fotografia “The landfill midwife” ha vinto il primo premio all’ Earth Photo Award rilasciato dalla Royal Geographical Society di Londra. E’ membro della comunità internazionale di fotografe Women Photograph e del gruppo internazionale di fotografi @Everydayclimatechange.